Quattro case, una sola idea di cura: l’Area Salute raccontata da Marinella Picchianti
Quattro case, una sola idea di cura: l’Area Salute raccontata da Marinella Picchianti
Empatia, ascolto attivo e un progetto su misura per ogni ospite: il metodo di chi accompagna le persone più fragili.
Chi fa vivere la Fondazione | Marinella Picchianti, responsabile dell’Area Salute
L’Area Salute della Fondazione Caritas Firenze nasce dalla convinzione che il diritto alla cura non possa fermarsi davanti alla soglia della povertà, della fragilità e della condizione di chi vive ai margini. Prendersi cura della salute delle persone più vulnerabili significa accompagnarle in un percorso che tiene insieme il corpo e la dignità, l’accesso ai servizi e l’ascolto di chi troppo spesso non trova porte aperte. A guidare questo percorso è Marinella Picchianti, responsabile dell’Area Salute. L’abbiamo incontrata.
Marinella, qual è il tuo percorso?
Nasco come educatrice professionale sanitaria. Quando mi sono laureata la figura dell’educatore professionale non era ancora riconosciuta, così ho deciso di fare gavetta girando l’Italia: Lombardia, Piemonte, Trentino, Sicilia. Ho fatto esperienze diverse per capire quale fosse la mia strada e con quale fascia di persone mi piacesse di più lavorare. Sono diventata responsabile di strutture, fino ad arrivare, da settembre 2024, alla guida dell’Area Salute.
Questo non è un lavoro come gli altri. Servono caratteristiche particolari?
Questo lavoro uno lo deve sentire: ci vuole passione per stare accanto a persone con fragilità e problematiche diverse. È fondamentale l’empatia per capire l’altro, e bisogna lavorare sulla relazione, sulla comunicazione e sull’ascolto attivo. Spesso crediamo di ascoltare, ma in realtà sentiamo soltanto, senza cogliere davvero ciò che l’altro vuole trasmetterci. Con le persone fragili bisogna ascoltare non solo le parole, ma anche il linguaggio non verbale e paraverbale. Tanto più che lavoriamo spesso con persone che non sono italiane, e la comunicazione è già di per sé difficile.
Come si passa dalla teoria alla pratica?
È un passaggio graduale. All’università la formazione è più teorica che pratica. La mia prima esperienza è stata in una struttura alternativa al carcere minorile: tutto quello che c’era scritto nei libri, così bello e ordinato, scontrandosi con la realtà mostrava tutta la differenza.
Di cosa ti occupi all’interno della Fondazione Caritas?
L’Area Salute tiene insieme i bisogni dei nostri ospiti sia sul piano sociale sia su quello sanitario. Le strutture sono quattro: Casa Matilde a Careggi, vicino all’ospedale pediatrico Meyer; Casa Vittoria, nel centro di Firenze; Casa Stenone all’Antella e Casa Vladimiro a Campi Bisenzio. Ognuna è specializzata in un tipo di accoglienza.
Partiamo da Casa Matilde e Casa Vladimiro.
Casa Matilde nasce per ospitare nuclei familiari fragili con figli ricoverati o in dimissione protetta al Meyer. Negli ultimi anni accogliamo anche famiglie provenienti dalla Palestina con bambini seguiti dall’ospedale.
Casa Vladimiro è una struttura di semiautonomia per persone italiane e straniere con problemi di salute, che lì seguono percorsi di autonomia nei limiti delle proprie funzionalità residue. Ci sono due educatori, perché il lavoro è soprattutto educativo: imparare ad autosomministrarsi la terapia, gli inserimenti lavorativi, la ricerca di una sistemazione dopo l’uscita.
E Casa Stenone e Casa Vittoria?
Sono convenzionate con l’Azienda USL Toscana Centro e accreditate. Questo significa un servizio più strutturato, perché bisogna rispettare i criteri dell’accreditamento. Il decreto uscito a marzo 2026 chiede espressamente di lavorare sulle autonomie e sulle funzionalità residue degli ospiti. Casa Stenone accoglie persone senza fissa dimora, italiane e straniere, anche prive di permesso di soggiorno. Casa Vittoria ha accolto finora soprattutto persone con HIV. In queste due strutture lavorano personale assistenziale, infermieristico ed educativo: si lavora a 360 gradi. Costruiamo progetti sulle autonomie personali, sociali e domestiche, e organizziamo laboratori, di cucina per esempio, e a Casa Vittoria attività artistiche e musicali.
Anche i tempi di permanenza sono diversi?
Sì. Casa Stenone è una struttura a tempo limitato: sei mesi, eventualmente prorogabili fino a un anno, e in casi particolari anche oltre. Casa Vittoria, almeno finora, è a lunga permanenza. In ogni caso si lavora sul dopo: individuare strutture che possano accogliere le persone in futuro, il ritorno a casa, il rientro nel Paese d’origine per alcuni ospiti stranieri di Casa Stenone, oppure il ricongiungimento con la famiglia. Dipende tutto dalla persona. Per ogni ospite costruiamo un progetto educativo individualizzato, così sappiamo su quali obiettivi lavorare, a medio o a lungo termine.
Ho visitato Casa Matilde e ho incontrato due donne palestinesi, con un figlio e una nipote ricoverati al Meyer. Mi è sembrato che si sentissero a casa. È così?
Quando arrivano sono spaesate, proprio perse: lo vedi nei loro sguardi. Poi cambiano. Penso alla ragazza che hai conosciuto: è con noi da un anno e ha partorito appena arrivata a Firenze. All’inizio non sapeva dove girarsi, oggi conosce tutta la zona intorno a Casa Matilde e accompagna i figli a scuola senza problemi mentre si occupa del bambino ricoverato al Meyer. Sì, tra virgolette, si sentono a casa.
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