Un passo alla volta, con Marco
Quando è arrivato per la prima volta al nostro Centro Diurno, sembrava un “bambino vecchio”

Anni sono trascorsi dalla prima volta che l’ho visto, tanto allegro quanto infastidito dallo scorrere delle cose, e provocatorio, e oppositivo. Ma sotto a quella superficie apparentemente caotica, già si potevano scorgere gli occhi di un bambino amareggiato in qualche strano modo, per qualche assurda ragione, dalla vita. I giorni sono trascorsi in fretta da quella prima frequentazione, al Centro Diurno, sotto a quel sole cocente di fine estate che accolse il mio arrivo e il suo, dato che siamo “entrati” insieme nel servizio della Fondazione. Insomma, si può dire in un certo senso che siamo cresciuti insieme: io professionalmente, lui personalmente. Ricordo tante cose. Ore infinite passate a tenere costantemente sott’occhio lui, Marco. Ricordo quanto spesso ne combinasse una: urla, offese, parolacce, irrequietezza incarnata in un corpo sovrappeso, che compensava e tentava di regolare i propri fastidi e le proprie emozioni attraverso il cibo, le abbuffate frenetiche, un pazzo angelo Beat Sulla strada della fanciullezza.
A Marco non è mai piaciuto svolgere le attività del Centro, quasi sempre vissute come prassi alle quali obiettare, mere consuetudini che lui, crumiro votato all’entropia e sindacalista a favore dei diritti dei bambini che si sentono adulti e che per questo non vogliono soffermarsi a essere bambini, ha sempre ignorato, preferendo invece non svolgere attività ma mansioni, non laboratori ma lavori. E in effetti, più che partecipare, Marco ha sempre costruito, nel senso più concreto possibile. Sparse per il Centro Diurno sono comparse sue creazioni in cartone: volanti, pistole assemblate con una precisione quasi artigianale, pannelli di controllo con bottoni che sembravano usciti dalla cabina di un treno. Oggetti che non erano semplici giochi, ma strumenti. Marco ha sempre saputo cosa voleva fare: guidare. Autobus, tram, qualsiasi mezzo che implicasse una traiettoria, una direzione, un controllo del percorso.
La noia, per Marco, non è mai stata una pausa: è sempre stata una minaccia. Un vuoto da riempire in fretta, con qualsiasi cosa avesse il sapore del fare grande: parlare da grande, muoversi da grande, sporcarsi le mani in faccende da grande. Il gioco, in fondo, era una perdita di tempo. O forse, peggio, un territorio troppo incerto, dove non era chiaro chi si fosse davvero.
Eppure, quella rigidità aveva delle crepe profonde che si aprivano sempre alla stessa ora. Perché Marco, che si opponeva a tutto, che sembrava non avere bisogno di nessuno, alla fine della giornata tornava a essere, improvvisamente e senza difese, un bambino. Aspettava sulla porta. Aspettava e guardava. E se il tempo si allungava anche solo di qualche minuto, qualcosa si rompeva. Arrivavano le lacrime, una paura vera che qualcuno non venisse a riprenderlo. Che lo dimenticasse. Che non tornasse. Era un paradosso difficile da ignorare: tutta quella ostinazione a sentirsi grande, e poi il terrore, profondissimo, di restare solo come un bambino troppo piccolo. E forse è anche da lì che abbiamo iniziato a lavorare davvero. Un lavoro paziente, condiviso, quasi corale. Le osservazioni del Centro, quelle della scuola, gli incontri, i rimandi, le ipotesi. Un dialogo continuo con la neuropsichiatria, un tentativo di non lavorare a compartimenti stagni ma di tenere insieme i pezzi, come si fa con le cose fragili. Anche il cambio di terapia ha aperto uno spiraglio, come se il rumore di fondo si fosse abbassato abbastanza da permettergli, finalmente, di ascoltare – e di ascoltarsi.
Abbiamo costruito, insieme al gruppo degli altri minori, una sorta di economia minima delle possibilità: una Token economy collettiva, dove ciascuno aveva il proprio obiettivo, ma nessuno era davvero solo nel raggiungerlo, secondo un principio estraneo ai bambini e anche a molti di noi adulti, cioè la responsabilità condivisa. A un certo punto si è aperto anche uno spazio con le famiglie, anche con quella di Marco. E da lì, lentamente, si sono mossi altri pezzi. Marco ha iniziato a fare qualcosa che, fino a poco tempo prima, sarebbe sembrato impensabile: tornare a casa da solo, all’uscita da scuola. Poi uscire qualche pomeriggio con gli amici. Parallelamente, anche le crisi di rabbia si sono diradate. Non sono scomparse del tutto, e forse non è nemmeno questo il punto. Ma hanno perso quella frequenza che le rendeva quasi un linguaggio dominante. Resta, in lui, una tensione interna forte. La neuropsichiatria parla di tratti ossessivi, e certamente ci sono aspetti di rigidità, bisogno di ordine, controllo. A guardarlo da vicino, viene anche da pensare che in quel rimettere a posto, in quell’aggrapparsi a ciò che è “giusto” e “adeguato”, ci sia qualcosa di più: uno sforzo costante per sentirsi all’altezza, per costruire un’immagine di sé che regga allo sguardo degli altri – e soprattutto al proprio.
Marco ha sempre avuto un gusto particolare per i vestiti. Abiti che sembravano appartenere a un altro tempo, a un’altra età. Al punto che una bambina del Centro lo ha definito con una precisione involontaria e perfetta: “il bambino vecchio”. E in quell’espressione c’era tutto. Il soggiorno al mare reso disponibile dalla Fondazione, da questo punto di vista, è stato un passaggio. Non un passaggio dolce, ma una prova. Cinque notti, sei giorni. Un tempo lungo per uno come lui. Poteva chiamare a casa la sera, come tutti. Ma il resto – la notte soprattutto – era territorio da attraversare. Il buio che per gli altri era solo buio, e che più tardi diventa solitudine consapevole, per lui diventava qualcosa di più. Si svegliava, a volte nel cuore della notte, impaurito. Allora cercava una soluzione: la torcia sotto le coperte, una piccola luce per non restare nell’oscurità. Mentre noi operatori eravamo riuniti la sera prima di andare a dormire, lui usciva dalla stanza. L’unico. Con la torcia in mano, a illuminare l’aria più che le cose. A volte la puntava verso di noi, come per verificare che fossimo ancora lì. Non è stato facile per lui, ma è stato possibile.
Solo più recentemente, accanto al desiderio di guidare, si è affacciata un’altra possibilità. Dice, a volte, di voler diventare un educatore. O uno psicologo. Lo dice con curiosità ed entusiasmo. E poi, a guardarlo oggi, viene quasi da chiedersi dove sia finito quel bambino lì. Non perché non esista più, ma perché Marco è cambiato davvero. Più di molti altri. In modo visibile, tangibile. Oggi è più capace di stare. E allo stesso tempo resta fragile.
Al Centro Diurno è diventato uno di quelli che si accorgono: dei più fragili, di chi resta ai margini. Anche a scuola, raccontano, è così. Come se la fatica che ha attraversato gli avesse insegnato una lingua in più. E allora forse è questo, alla fine, il punto. Non che Marco sia diventato un altro, ma che stia sperimentando un modo diverso di stare nel mondo. Con le sue paure ancora lì, ma senza essere più completamente solo.
Niccolò Dalla Brea
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