“Una volta, coi miei occhi, ho visto il mare”: Estate dei sogni dei bambini in campeggio
“Una volta, coi miei occhi, ho visto il mare”: Estate dei sogni dei bambini in campeggio
Il racconto di Niccolò Dalla Brea della settimana vissuta al campeggio “San Frediano” di Vada da bambini e ragazzi dell’area minori

È inutile arrabbiarsi con gli altri asserendo “Devi sentire, è bello sentire!”. Non si può obbligare qualcuno a investire della stessa coloritura emotiva le cose che condividiamo insieme. L’unica cosa possibile è vivere il momento, questo tempo che passa e che sembra prenderci a pedate.
Tornati dal mare, a mente fredda, mi viene in mente un video su YouTube che vidi anni fa. Ritraeva il cantante di una delle mie band preferite che terminava le registrazioni, lunghe e strazianti, di uno dei dischi più importanti di un certo sottogenere di rock. L’ultima canzone, la nota sospesa che va a scemare nel vuoto della completezza e infine le parole: “What the hell am I gonna do of myself when I go home?” — “Cosa diavolo farò di me stesso quando tornerò a casa?”, cioè dopo aver sentito così tanto ed essere riuscito, insieme agli altri membri del gruppo, a mentalizzare l’emozione?
Mi sono fatto la stessa domanda, ieri, tornato a casa.
Alcune domande non hanno risposte certe, vanno vissute sulla pelle, vivendo l’oggi un po’ diversi rispetto a come si era stati ieri e a come, probabilmente, si sarà domani.
Il cambiamento, in sé stesso, è un concetto che cambia in continuazione. Tutto cambia, tutto si muove, fin dai primi calci nella pancia della madre, come per dire: “Ci sono anche io, vi sento, e so che mi state pensando”. Essere pensati non è qualcosa di scontato, non è come dire “Ho sete, quindi bevo”. Ha poco del sillogismo. Ci accomuna, stando insieme sulla stessa libera terra, mettendo in comune i mezzi di produzione della mente, con modalità e contenuti diversi per ciascuno di noi. Pensandosi a vicenda si sentono meglio le stagioni che ci scorrono addosso, le si soffrono e le si gioiscono, e lo si fa insieme anche se si è soli in una stanza. Tutto diventa enorme — I fiori erano enormi senza che noi ne parlassimo, diceva il poeta — si allargano le pupille e si vede più lontano. Certo, per alcuni c’è da fare un grande sforzo, perché questo significa mettersi in discussione, cucire una toppa su quell’egocentrismo di default che, pare, sia il fulcro dell’essere umano, almeno secondo una certa visione psicoanalitica. Ma l’essere umano non può essere definito in termini semplicistici: è un sistema complesso, non complicato, che si autodefinisce continuamente lungo traiettorie evolutivamente tracciate. In quanto sistema chiuso, nessun elemento esterno può determinarne direttamente i cambiamenti; tuttavia, le relazioni con l’ambiente possono perturbarne l’equilibrio e favorire trasformazioni che il sistema realizza sempre secondo la propria organizzazione interna.
È come un treno che segue dei binari lunghissimi, senza che ci sia un deviatore sempre pronto a cambiare direzione. A volte, è vero, la direzione andrebbe cambiata; tuttavia, questo non necessariamente accade poiché non sempre si sente il bisogno di farlo. Si sta bene talvolta nel proprio dolore o nei propri problemi, anche se non si riescono a spiegare nella loro genesi, durata e rottura.
Il cambiamento investe tutto ciò che inizia, si mantiene e si conclude. I contesti di vita cambiano a seconda di chi li vive, così come nella fisica quantistica la particella modifica il proprio comportamento al variare delle misurazioni e dei misuratori. Uno dei luoghi di maggior interesse clinico, umano, educativo e a tratti terapeutico è il campeggio San Frediano, della Fondazione Solidarietà Caritas ETS di Firenze in località La Mazzanta (Li). Ogni anno si assiste a comportamenti diversi nei bambini e nelle bambine accolti e accolte; tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è questa atmosfera, questa continuità e coerenza che si cerca di offrire ai bambini, questo sentire che diventa condiviso, questo pensarsi vicendevolmente. Anche noi siamo ospiti, ma di un’ospitalità diversa: mentre il luogo rimane lo stesso, ciò che cambia è il significato che esso assume. Per i bambini è un’occasione di crescita; per noi continua a essere, anzitutto, un luogo di responsabilità educativa.
Arrivare al campeggio quest’anno è stato diverso. La prima cosa che ho visto è stata una sbarra.
Può sembrare un dettaglio insignificante, e forse lo è, se guardato da fuori. Ma alcune esperienze iniziano proprio così: da una piccola variazione che dice che qualcosa è cambiato. Negli anni precedenti entravamo con i pulmini direttamente dentro il campeggio; quest’anno no. Ci siamo fermati fuori, abbiamo scaricato tutte le valigie, abbiamo fatto prendere a ogni bambino e bambina le proprie cose e abbiamo percorso quel breve vialetto a piedi.
Una distanza minima, qualche metro appena. Eppure, forse, era già un modo diverso di entrare.
Poi, una volta dentro, ho rivisto la piccola piazzola davanti alla cucina. Un luogo apparentemente marginale, ma che negli anni è diventato uno spazio di costruzione di significato di gruppo e di significato personale. Il senso è questo, non c’è da cercarlo altrove. Lì, la sera, dopo che tutti erano andati a letto, si faceva il punto della giornata, si organizzava il giorno successivo, si rideva, si parlava. Lì il lavoro smetteva per qualche ora di essere soltanto lavoro e diventava relazione.
Quest’anno più degli altri anni ci siamo concessi di restare lì. Fino a tardi. Molto tardi. Quelle conversazioni finite alle due, alle tre di notte, accompagnate dalla stanchezza accumulata durante il giorno, erano forse una delle parti più autentiche del campeggio: il momento in cui le persone non erano soltanto ruoli, educatori, responsabili o operatori, ma semplicemente persone, con le proprie storie, fatiche e contraddizioni, che avevano condiviso qualcosa.
Anche il gruppo quest’anno aveva un ritmo diverso. Non perché fossero spariti i conflitti, le fatiche o le difficoltà, che fanno parte inevitabilmente di un’esperienza educativa e, in senso più esteso, dell’esperienza umana, ma perché alcune condizioni erano cambiate. Il sistema aveva trovato un altro equilibrio.
I nostri servizi avevano operato alcune scelte più nette rispetto agli anni precedenti. Non per escludere qualcuno, ma per costruire un contesto più sostenibile. E il risultato è stato un clima più disteso, più rilassato, più sereno.
I bambini erano gli stessi bambini di sempre: pieni di bisogni, desideri, contraddizioni, incubi, emozioni. Ma il gruppo respirava diversamente.
Per la prima volta ci siamo accorti che non sempre era necessario riempire tutto di regole. Anche il tempo libero, inizialmente pensato come tempo libero in silenzio, poteva rimanere un tempo di qualità pur lasciando spazio alle voci, alle risate e alla spontaneità. Non era venuta meno la struttura: semplicemente aveva smesso di essere rigida. E forse anche noi, in qualche modo, eravamo diversi.
Il momento più educativo della settimana, paradossalmente, non è stato quello in cui ho applicato uno strumento educativo. È stato quello successivo, quando mi sono fermato a pensare. Un bambino, dopo un comportamento particolarmente irrequieto, aveva ricevuto un costo della risposta (rimozione contingente di un rinforzatore precedentemente acquisito a seguito dell’emissione di un comportamento): sarebbe rimasto seduto mentre gli altri andavano a fare il bagno. Era una conseguenza coerente con quello che era successo, uno strumento che appartiene al nostro lavoro. Eppure, mentre lo guardavo, è arrivato un pensiero diverso rispetto agli anni precedenti. Non soltanto: “Ha sbagliato, quindi questa è la conseguenza”. Ma anche: “È un bambino, in fin dei conti”.
Le due cose possono stare insieme. Si può mettere un limite senza dimenticare la persona che quel limite lo riceve. Si può educare ciò che un bambino fa senza ridurre il bambino stesso a ciò che fa.
Forse il cambiamento più grande è stato proprio questo: guardare meno soltanto il funzionamento e riuscire a vedere un po’ di più l’umano.
Durante la settimana non sono mancati i momenti che solo il campeggio riesce a creare. Le risate, le situazioni assurde, le piccole tragedie che per un bambino diventano enormi e che, viste da adulti, assumono una forma diversa e non meno tragica, talvolta. Come il bambino che il secondo giorno, sopraffatto dalla nostalgia, sembrava non riuscire a rimanere. Un pianto incontenibile, una richiesta di aiuto, il desiderio di tornare a casa. Poi il tempo, la relazione, il contatto e la capacità di chi gli è stato vicino hanno fatto il resto. Quel bambino che sembrava non poter superare la prima difficoltà è arrivato alla fine della settimana vivendo il campeggio fino in fondo.
E forse anche questo è uno dei motivi per cui facciamo questo lavoro: assistere al momento in cui una persona attraversa qualcosa che, fino a poco prima, sembrava impossibile.
Un altro bambino, guardandomi, mi ha detto una frase che forse racchiude più di quanto pensasse: “Tu non sembri un educatore, perché fai ridere la gente”. Forse aveva ragione o forse no. Ma probabilmente dentro quella frase c’era un riconoscimento: la possibilità di essere una figura educativa senza rinunciare alla leggerezza, alla simpatia, alla capacità di stare insieme agli altri, all’utilizzo dell’ironia come linguaggio metacognitivo condiviso, come possibilità di incontrare l’altro e costruire uno spazio comune. Perché educare non significa soltanto accompagnare qualcuno nei momenti difficili. Significa anche condividere momenti in cui, semplicemente, si sta bene.
L’ultimo cerchio del mare, quel momento dell’ultimo giorno in cui ci si riunisce sotto al tendone coi bambini per fare il punto della situazione, ha avuto una forma semplice.
Le due équipe dei centri diurni erano sedute una accanto all’altra, sotto a quel cielo che per una settimana aveva contenuto giochi, fatiche, discussioni, risate e stanchezza.
Io ero lì, seduto, senza dire nulla.
Guardavo i bambini e le bambine davanti a me.
A parlare sono state le responsabili dei centri diurni. E mentre ascoltavo quelle parole pensavo a quanto fosse bello vedere il gruppo degli educatori così dentro quell’esperienza. Forse anche questo è stato uno dei regali di questo mare: vedere le persone non soltanto attraverso il ruolo che ricoprono, attraverso le responsabilità che ogni giorno portano sulle spalle, ma nella loro presenza quotidiana. Vederle parlare, ridere, confrontarsi, stare insieme oltre la mera organizzazione del lavoro. Perché un’équipe non è soltanto la somma delle persone che la compongono. È qualcosa che nasce tra le persone stesse, nei momenti di fatica così come in quelli di leggerezza, nelle riunioni serali, nelle conversazioni finite tardi, nei piccoli gesti che non entrano in nessun progetto educativo ma che, forse, sono proprio quelli che costruiscono il senso di ciò che si fa. I nostri occhi cambiano a ogni sguardo, e gli occhi degli altri mi hanno cambiato, così come spero i miei occhi scuri abbiano lasciato una traccia – Sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai.
Coi miei occhi continuavo a guardare i bambini davanti a me, pensando a tutto ciò che avevamo condiviso in quei giorni, in quegli anni. Alcuni sarebbero andati via dal centro, alcuni avrebbero iniziato un nuovo percorso. E, senza dirlo, forse anche io stavo iniziando a salutare qualcosa. Si tratta di crescere insieme.
Il cambiamento fa così: non arriva sempre con un rumore improvviso. A volte arriva seduto in cerchio, mentre guardi delle persone che hai imparato a conoscere, mentre ascolti parole che sembrano rivolte agli altri ma che in qualche modo parlano anche a te. Altre volte, invece, arriva trasportato dalle onde del mare che si sentono in lontananza, perché le distanze servono a scoprire che il tempo che trascorre è tempo di vita.
Poi il mare è finito. O forse no?
Perché alcune esperienze non finiscono nel momento in cui finiscono. Continuano a esistere nel modo in cui ci hanno modificati.
Sul pulmino, durante il viaggio di ritorno, un bambino mi ha chiesto: “Niccolò, quindi, com’è stato per te questo mare?”.
Una domanda semplice, quasi banale.
Avrei potuto rispondere: bello, stancante, divertente.
Invece mi è tornata alla mente quella frase ascoltata anni prima: “What the hell am I gonna do of myself when I go home?”.
Cosa diavolo farò di me stesso quando tornerò a casa?
Perché il problema non è soltanto tornare a casa. Il problema è cosa fare di tutto ciò che abbiamo vissuto quando il contesto che lo conteneva non c’è più. Esiste la passione ed esiste il legame. Quando la passione va a scemare, il legame che si è creato è indissolubile, è per questa ragione che si soffre.
Una settimana al mare è fatta di tempi dilatati, di persone che si incontrano continuamente, di giornate piene, di stanchezza condivisa. Poi improvvisamente si torna indietro. Le valigie vengono scaricate. I bambini vengono salutati. Il pulmino si svuota delle voci e delle presenze.
E rimani con quello che è successo.
Siamo tornati al centro alle 13:08 e qualche secondo. Quel secondo non sarebbe mai più tornato uguale. Non le 13:09. Non le 13:08 e 31 secondi.
Quel preciso istante era già diventato passato mentre accadeva, era già diventato storia – La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo.
Forse scrivere serve proprio a questo: non a fermare il tempo, perché non è possibile farlo, ma a testimoniare che quel tempo è esistito. A provare a catturare un secondo che non tornerà mai più.
E allora forse la domanda “Cosa farò di me stesso quando tornerò a casa?” trova una risposta semplice.
Scriverò. Scriverò per ricordare. Scriverò per lasciare una traccia.
Scriverò perché alcune persone, alcuni luoghi e alcune esperienze meritano almeno il tentativo di non essere dimenticati.
Una volta coi miei occhi ho visto il mare, sulla spiaggia centinaia di persone, e mi sono chiesto cosa sia cambiare.
Forse cambiare significa proprio questo: accorgersi, tornando a casa, che una parte di noi è rimasta là. Che quel tempo condiviso non è stato soltanto un intervallo dalla quotidianità, ma uno spazio in cui qualcosa si è costruito: relazioni, significati, ricordi che continuano ad accompagnarci anche quando il contesto cambia.
E che una parte di ciò che abbiamo vissuto, invece, è tornata indietro con noi.
Una volta, coi miei occhi, ho visto noi.











