Un lascito nel nome di Anna Maria: un dono a Casa Stenone

L’avvocato Michele Gremigni, già presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, racconta la scelta, «semplice», di ricordare la moglie con un dono alla Fondazione Solidarietà Caritas

«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». L’avvocato Michele Gremigni cita il Vangelo di Matteo senza enfasi, come si cita una cosa che si è sempre saputa. Per lui, cattolico praticante, il lascito alla Fondazione Solidarietà Caritas non è un gesto eccezionale: è una scelta che definisce semplice, la conseguenza naturale di un modo di stare al mondo. Un lascito che porta il nome di sua moglie, Anna Maria, perché una parte di ciò che è stato costruito in una vita continui a fare del bene.

Anna Maria era nata nel 1936. Aveva perso il padre, avvocato, da bambina, negli anni della guerra, ed era cresciuta accanto a una madre che si era assunta da sola l’onere della famiglia e dello studio. Da lei aveva preso una forza concreta, la capacità di amministrare e di provvedere. «Brava, competente, ma anche testona», la ricorda il marito con un sorriso. Una vita segnata dalla cura del figlio maggiore, Piero, fragile fin da piccolo, e negli ultimi anni da una lunga malattia che l’ha costretta a letto senza mai spegnerne la mente: «Si parlava, si discuteva, la tenevo aggiornata su tutto».

Piero se n’è andato nell’agosto 2025, e poche settimane dopo anche Anna Maria. «Nell’arco di un anno – ricorda con un soffio di voce Michele Gremigni – mi sono trovato ad affrontare la scomparsa di mio figlio e poi di mia moglie».

La storia dell’avvocato Gremigni è quella di un fiorentino entrato giovanissimo alla Cassa di Risparmio di Firenze, nel 1961, come il più giovane dell’ufficio legale, e arrivato passo dopo passo alla direzione generale dell’Ente Cassa e poi alla sua presidenza. «Non posso lamentarmi: il Signore mi ha dato una vita di soddisfazione dal punto di vista professionale. Ho sempre detto che sarei dovuto andare alla Santissima Annunziata a mettere un cero alla Madonna». Un percorso che gli ha dato una tranquillità economica e, insieme, un’idea precisa di cosa farne: «Avvertivo la necessità di ridistribuire un po’ di questo benessere. Ho sempre trovato giusto che ci fosse un contributo di chi ha grandi mezzi a favore di chi non li ha».

Alle richieste di aiuto che ogni anno arrivano a casa sua, «saranno almeno una trentina di organismi», non ha mai smesso di prestare attenzione. Il testamento è nato prima di tutto dalla preoccupazione di ogni genitore di un figlio fragile, il “dopo di noi”: «Come tutti i genitori con ragazzi in queste condizioni, il problema è il poi». Dentro quelle disposizioni, pensate per proteggere Piero, ha voluto che ci fosse spazio anche per gli altri. La vita ha poi rovesciato ogni previsione. «Tutte le mie preoccupazioni sono state superate dagli eventi. Questo è il mistero della vita».

A chi ha un patrimonio e vorrebbe lasciare un segno, ma esita a fare testamento, magari per scaramanzia, l’avvocato offre, oltre al Vangelo, un argomento che vale per tutti: «Se si ritiene di vivere in una società che ci riconosce dei diritti, si hanno anche degli obblighi morali. Tra questi, cercare di contribuire a migliorare la vita di chi non è in condizione di vivere serenamente».

La Fondazione Solidarietà Caritas è grata per questo gesto e per il pensiero con cui è stato compiuto. Un lascito solidale non toglie nulla a chi si ama: aggiunge un nome, una storia e un’intenzione a ciò che continuerà dopo di noi.

Casa Stenone

Il lascito di Anna Maria è destinato a Casa Stenone, la struttura della Fondazione Solidarietà Caritas che dal 2011 garantisce continuità di cure ai pazienti senza dimora dimessi da ospedali e presidi sanitari. Accreditata nel 2022 come «struttura residenziale a carattere comunitario per persone a rischio psicosociale e/o in condizioni di disagio relazionale», accoglie chi – italiano o straniero – non può accedere a cure e servizi convenzionati perché privo di iscrizione anagrafica.

Accanto all’assistenza medica, il primo impegno è restituire a ogni ospite una «visibilità»: recuperare un documento d’identità attraverso comuni, consolati o amministrazioni estere, con attese spesso lunghe e viaggi talvolta in ambulanza. È il passaggio che apre alla presa in carico dei servizi pubblici.

Ogni percorso educativo è costruito insieme all’ospite, tenendo conto di salute, rete familiare, difficoltà e aspettative, con un obiettivo preciso: renderlo il più indipendente possibile dall’assistenza.